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	<title>Carlotta Cerri &#187; Lingos&amp;Co</title>
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		<title>La gerarchia degli aggettivi in inglese</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 17:56:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lingos&Co]]></category>

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		<description><![CDATA[Per assurdo, questa maledetta gerarchia fu per me la cosa più difficile da imparare, ricordare ed usare di tutta la grammatica inglese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche tempo fa, trovai questo articolo di una certa Ruth Walker sul CSMonitor riguardo la gerarchia degli aggettivi nella lingua inglese (in che ordine si usano gli aggettivi davanti ad un nome), che mi colpì perché — per assurdo — quella maledetta gerarchia fu per me la cosa più difficile da imparare, ricordare ed usare di tutta la grammatica inglese.</p>
<p>Sfortunatamente, quell&#8217;articolo, per un curioso quanto misterioso evolversi di eventi, non è più online. Fortunatamente, quel giorno ebbi la geniale idea di fare uno snapshot della pagina e quindi io — e solo io o forse anche la Walker — l&#8217;articolo ce l&#8217;ho ancora sotto forma di foto.</p>
<p>Non può, quindi, che entrare a far parte del mio mondo di Lingos&amp;Co.</p>
<p>Eccolo qui, tradotto. E un grazie a Ruth Walker, che ho scoperto poi scrivere di lingua per professione e i suoi articoli sono un must tra le mie surfate quotidiane sul mare del web.</p>
<h4>REGOLE CHE NESSUNO INSEGNA, MA TUTTI IMPARANO</h4>
<p><em>di Ruth Walker</em></p>
<p>Tempo, modo, luogo. Tempo, modo, luogo.</p>
<p>Questa era la formula mnemonica che imparai al liceo per decidere l&#8217;ordine diavverbi e frasi avverbiali nella frase in tedesco. «Io adoro in estate con te sul Reno andare in barca a vela». Il complemento di tempo («in estate») è seguito da quello di modo («con te») e di luogo («sul Reno»).</p>
<p>Suonava tremendamente sbagliato. L&#8217;unico modo per impararlo sembrava essere quello di memorizzare la regola. Accidenti! Noi non abbiamo regole di questo tipo in inglese — o sì?</p>
<p>Magari il fatto che questa frase suoni così sbagliata in inglese significa che anche in inglese ci sono simili regole — semplicemente diverse da quelle tedesche. Questo pensiero mi accese una lampadina in testa.</p>
<p>Negli anni seguenti, scoprii che la mia intuizione era giusta. L&#8217;inglese e, presumo, le altre lingue sono piene di regole che nessuno insegna — almeno non ai parlanti nativi — ma che tutti imparano.</p>
<p>Prendiamo ad esempio questa frase: «In the park today, we saw six gorgeous immaculately restored antique flame-red Italian racing cars» (Oggi, al parco, abbiamo visto sei meravigliose macchine da corsa da rosso fiammante, antiche ma restaurate in maniera immacolata, <em>ndt</em>). Questa è davvero una bella sfilata di aggettivi che, nella frase, seguono una gerarchia ben lontana da «tempo, modo, luogo».</p>
<p>Una volta lessi la domanda di un lettore sul Copy Editor: «Ho a che fare con molti parlanti non nativi di lingua inglese e una domanda che spesso salta fuori è quale ordine deve seguire una lista di aggettivi o avverbi. Noi (editori) sappiamo dire &#8220;21 large green tables&#8221; (21 tavoli verdi grandi, <em>ndt</em>), ma perché non dire invece &#8220;green large 21 tables&#8221;? O &#8220;21 green large tables&#8221;? Esiste una regola?». Wendalyn Nichols, editore di Copy Editor, rispose: «Sì, esiste un ordine standard per gli aggettivi e lo può trovare nei dizionari o nei libri di testo di lingua inglese come seconda lingua».</p>
<p>Nichols propone una tabella che mostra la gerarchia dei modificatori: determinante, qualità, grandezza, età, colore, origine, materiale. E propone alcuni esempi: a colorful new silk scarf (una nuova sciarpa di seta colorata, <em>ndt</em>); that silver Japanese car (quella macchina giapponese grigio metallizzato, <em>ndt</em>). Guardando un paio di altre tabelle, ho poi scoperto che questa è la gerarchia più comune:</p>
<p style="text-align: center;">opinione :: grandezza :: età :: forma :: colore :: origine :: materiale :: scopo</p>
<p style="text-align: left;">Non tutte le frasi hanno un aggettivo per ogni categoria. Ma questo è l&#8217;ordine che gli aggettivi dovrebbero seguire. Quindi «little old lady» (piccola signora anziana, <em>ndt</em>) o «angry young man» (giovane arrabbiato, <em>ndt</em>) sono due frasi che mostrano l&#8217;ordine degli aggettivi in inglese. «Little» (grandezza) viene prima di «old» (età). E «angry» è un esempio di quello che nelle tabelle definiscono aggettivo di opinione — uno dei modificatori che sembrano essere meno essenziali di quelli che si riferiscono a età o origine, ad esempio.</p>
<p style="text-align: left;">[...] Se gli aggettivi sono disposti nell&#8217;ordine giusto non c&#8217;è nemmeno bisogno di dividerli con una virgola. [...] Troppe virgole sono, a volte, indice di una prosa che non scorre molto bene.</p>
<p style="text-align: left;">[...] Non avevo idea che queste regole esistessero, eppure già le conoscevo.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Palmi delle mani e palme sulla spiaggia</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 15:34:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lingos&Co]]></category>

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		<description><![CDATA[L'altro giorno, leggendo un articolo di benessere, mi sono imbattuta in un curioso consiglio per la cura delle mani.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;altro giorno, leggendo un articolo di benessere, mi sono imbattuta in un curioso consiglio per la cura delle mani. Parafrasando sulla base di vaghe reminiscenze, faceva più o meno così: in inverno è specialmente importante scegliere una crema mani più grassa e non dimenticare di applicarla sulle palme.</p>
<p>Ed è qui che mi sono fermata e, dopo una risata tra il divertito e l&#8217;esterrefatto, mi sono ripromessa di dedicarci un post su Lingos&amp;Co.</p>
<p>Foscolo scriveva ai suoi cari «ma io deluse a voi le palme tendo». Ma lui era Foscolo.</p>
<p>Un toscano innamorato porta la sua bella «in palma di mano». Ma lui è toscano.</p>
<p>Io, che non sono né Foscolo né toscana, mi affido — come sempre — alle regole che dicono: «palmo» è sostantivo maschile che al plurale non cambia genere e fa «palmi». La versione femminile è un toscanismo ed è usata in letteratura e in espressioni come, appunto, «portare in palma di mano» o «tenere qualcuno in palma di mano».</p>
<p>Immagino, quindi, che l&#8217;articolo fosse scritto da un toscano perché altrimenti, fino a prova contraria, le palme ci offrono una tregua dal solleone sulle spiagge tropicali e la crema non bisogna dimenticare — specialmente in inverno — di spalmarla sui palmi delle mani.</p>
<p><strong>Ricapitoliamo:</strong></p>
<blockquote><p>?: La mano ha un palmo o una palma?<br />
!: Palmo della mano. «Palmo» è sostantivo maschile che al plurale non cambia genere e fa «palmi».</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>«Sia questo sia quello» o «sia questo che quello»?</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Oct 2009 09:35:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lingos&Co]]></category>

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		<description><![CDATA[Non riesco a decidermi su quale forma preferisco. Entrambe mi suonano corrette e nessuna delle due è una tromba in un orecchio...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Onestamente non mi dispiace né «<strong>sia</strong> questo <strong>sia</strong> quello» né «<strong>sia</strong> questo <strong>che</strong> quello». Non riesco a decidermi su quale forma preferisco. Entrambe mi suonano corrette – sì, perfino ad una puntigliosa perfezionista ossessionata dalle grammatiche come me – e nessuna delle due è una tromba in un orecchio (nel senso che fa male all&#8217;udito, come alcune oscenità che si sentono sulla metro o per strada).</p>
<p>Quindi qual è la forma corretta grammaticalmente e quella che ho deciso di usare d&#8217;ora in avanti, facendo uno sforzo in onore della coerenza?</p>
<p>Questa volta, la decisione l&#8217;hanno presa per me Valeria Della Valle e Giuseppe Patota nel loro <em>Il Salvaitaliano</em> (Sperling &amp; Kupfer Editori, 2000) in cui mi illuminano scrivendo che la forma tradizionale, per questo tipo di correlazioni, è sempre stata «sia&#8230; sia».</p>
<p>Addirittura, nel passato – continuano – quando la gente ancora coglieva che quel <em>sia</em> era forma del verbo <em>essere</em> (e io aggiungerei, per chi di grammatica ne sa, che è il congiuntivo presente del verbo <em>essere</em>, usato con valore concessivo) si potevano trovare anche altre coppie di voci verbali, come «siano&#8230; siano» o «fosse&#8230; fosse».</p>
<p>La forma «sia&#8230; che» ha fatto la sua comparsa per la prima volta nell&#8217;Ottocento e oggi è diffusissima – e si sa, l&#8217;uso sempre corrompe la lingua – per cui considerata corretta e perfino tollerata (pur non completamente accettata) dai grammatici.</p>
<p>Ma ammoniscono:</p>
<blockquote><p>Noi, comunque, vi suggeriamo di non usarla, sia per amor di tradizione, sia perché, in frasi lunghe e complesse, potrebbe generare confusione con altri tipi di <em>che</em>. Pensate a una frase come questa: «La mostra è adatta SIA<em> </em>agli adulti, che apprezzeranno l&#8217;equilibrio delle linee e dei colori, CHE<em> </em>ai bambini, che potranno divertirsi nello &#8220;spazio disegni&#8221; creato apposta per loro». Se, al posto di «<em>sia&#8230; che», </em>userete «<em>sia&#8230; sia»</em>, eviterete quella gran folla di «che», e tutto diventerà più chiaro: «La mostra è adatta SIA<em> </em>agli adulti, che apprezzeranno l&#8217;equilibrio delle linee e dei colori, SIA<em> </em>ai bambini, che potranno divertirsi nello &#8220;spazio disegni&#8221; creato apposta per loro».</p></blockquote>
<p>E ancora Aldo Gabrielli, che è stato linguista, glottologo e lessicografo italiano, ci consiglia:</p>
<blockquote><p>Oggi è comunissima la correlazione «sia&#8230; che», anziché «sia&#8230; sia», che è quella raccomandata dalle grammatiche; un «sia&#8230; sia», ripetuto costantemente quante volte occorra. È un costrutto che si richiama al latino «sive&#8230; sive», o «seu&#8230; seu», che negli antichi testi classici troviamo ripetuto fino a tre e quattro volte. Inoltre anche i più antichi esempi italiani lo confermano. In un commento alla Commedia d’un contemporaneo di Dante, troviamo: «Racconta gli effetti delle sue opere, e ciascuna pare che voglia fama, sia di bene sia di male»; e sentite questo periodo di Daniello Bartoli, politissimo prosatore del Seicento: «A voi solitario e romito, sia per natura, sia per professione, sia perché la qualità e la condizion degli studi vi tiene in astrazione di pensieri&#8230;». [...] se un consiglio dovessi dare, raccomanderei di attenersi alla vecchia classica forma del «sia&#8230; sia», ripetuto anche dieci volte.</p></blockquote>
<p>E io accetto il consiglio, sia perché amo la tradizione, sia perché in questo modo la mia coscienza grammaticale si sente più a suo agio, sia perché in fondo è quella che intimamente preferisco, sia perché – ammettiamolo – al giorno d&#8217;oggi il congiuntivo è il primo della fila nella schiera dei disoccupati italiani.</p>
<p><strong>Ricapitoliamo:</strong></p>
<blockquote><p>?: &#8220;Sia questo sia quello&#8221; o &#8220;Sia questo che quello&#8221;?</p>
<p>!: Le forme sono entrambe accettate dalle grammatiche italiane, ma io mi schiero con la tradizione (derivante dal latino «sive&#8230; sive» o «seu&#8230; seu») e uso «sia&#8230; sia».</p></blockquote>
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		<title>Perché &#8220;IL fine settimana&#8221; e non &#8220;LA fine settimana&#8221;?</title>
		<link>http://www.carlottacerri.me/2009/09/perche-il-fine-settimana-e-non-la-fine-settimana/</link>
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		<pubDate>Mon, 21 Sep 2009 08:52:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lingos&Co]]></category>

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		<description><![CDATA[Perché si dice "IL fine settimana", quando "fine" al maschile significa "scopo" e non "parte terminale"? Eccovi la risposta.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È vero che nessun madrelingua italiano direbbe mai &#8220;LA fine settimana&#8221;, giustamente abituati fin da piccini ad un corretto – o quasi – uso della lingua. Ma vi siete mai chiesti perché si dice &#8220;IL fine settimana&#8221; al maschile?</p>
<p>La domanda sale spontanea se si considera la regola generale per l&#8217;utilizzo di questo sostantivo ambigenere: &#8220;fine&#8221;, infatti, si usa al femminile nel senso di &#8220;parte terminale&#8221; e al maschile nel senso di &#8220;scopo&#8221;. In accordo con questa regola, dunque, &#8220;fine settimana&#8221;, nel senso di parte terminale della settimana, dovrebbe richiedere l&#8217;articolo femminile.</p>
<p>Eppure, come spesso accade nella nostra capricciosa lingua, questa non è regola assoluta. &#8220;Fine&#8221; usato al maschile in espressioni che a livello semantico richiederebbero, invece, un femminile, si trova in altrettanto comuni espressioni nel nostro parlare quotidiano, come ne il lieto fine di ogni buona storia.</p>
<p>Ma se consideriamo entrambe queste due espressioni, non può non accendersi una lampadina: sono entrambi prestiti italianizzati dall&#8217;inglese – weekend e happy ending. E i prestiti stranieri, in italiano, sono quasi tutti maschili: lo yogurt, il computer, il business, il green del campo da golf&#8230; insomma, chi più ne ha, più ne metta.</p>
<p>Chi vuole essere italiano al 100%, potrà utilizzare l&#8217;espressione &#8220;la fine della settimana&#8221; – grammaticalmente e semanticamente corretta – con il rischio, però, di suonare più straniero che altro. A voi la scelta.</p>
<p>Ricapitoliamo:</p>
<blockquote>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 16.0px 0.0px; font: 16.0px 'Times New Roman';">?: Perché si dice &#8220;IL fine settimana&#8221; e non &#8220;LA fine settimana&#8221;?</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 16.0px 0.0px; font: 16.0px 'Times New Roman';">!: Perché l&#8217;espressione &#8220;fine settimana&#8221; deriva dall&#8217;inglese &#8220;weekend&#8221; e nella lingua italiana si tende ad utilizzare i prestiti stranieri al maschile.</p>
</blockquote>
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		<title>Perché andiamo &#8216;&#8221;al&#8221; cinema, ma non &#8220;al&#8221; macellaio?</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Sep 2009 09:51:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lingos&Co]]></category>

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		<description><![CDATA[Perché in alcuni casi usiamo la preposizione "da" per esprimere il complemento di moto a luogo?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri era giornata di preposizioni a lezione. Io, tutta fiera, sfodero il mio gessetto e scrivo sulla mia parete lavagna DI A DA IN CON SU PER TRA FRA.</p>
<p>Con la mia studentessa analizziamo queste preposizioni una ad una, vediamo in che casi e per esprimere che complementi vanno utilizzate e facciamo esempi per ognuno di essi.</p>
<p>Poi passiamo agli esercizi. Il primo, il secondo e il terzo filano lisci. Ho spiegato tutto bene e lei sembra già padroneggiare le preposizioni. Fino a quando arriviamo a questa frase:</p>
<p style="text-align: center;">Maria va &#8230;&#8230;&#8230;&#8230; macellaio per comprare della carne.</p>
<p style="text-align: left;">Ovviamente, lei scrive un sicuro &#8220;AL&#8221; e mi guarda tra lo stupito e l&#8217;interrogativo quando le dico che, in questo caso, la preposizione giusta è &#8220;DAL&#8221;.</p>
<p>«Perché? &#8220;Da&#8221; esprime <em>origine</em>, <em>moto da luogo</em> e <em>agente</em>, non <em>moto a luogo»</em>. Ha ragione. Eppure non mi sembra essere un&#8217;eccezione e nemmeno una regola. Indaghiamo alla ricerca del comune denominatore, sempre che ce ne sia uno.</p>
<p>Dopo un milione di esempi come &#8220;Vado da Mario&#8221;, &#8220;Corro dal meccanico&#8221;, &#8220;Sono arrivato in ritardo dal medico&#8221; etc, abbiamo – se non una regola – un possibile comune denominatore della regola: sono tutte persone.</p>
<p>Metto mano a dizionari, articoli, libri e finalmente trovo la conferma alla nostra supposizione. È tratta dal periodico <em>La Crusca per voi</em>, è a cura del linguista e filologo Luca Serianni ed eccola qui, in tutta la sua perfezione:</p>
<blockquote><p>La preposizione &#8220;<em>da&#8221;</em> presenta nell&#8217;italiano contemporaneo l&#8217;intera gamma dei valori locativi. Può indicare il moto da luogo (&#8221;vengo <em>da</em> Bologna&#8221;), lo stato in luogo (&#8221;sono a cena <em>dai</em> miei&#8221;) il moto a luogo (&#8221;vado <em>dal</em> meccanico&#8221;, per riprendere un esempio del lettore), il moto per luogo (&#8221;sono passato <em>da</em> Corso Umberto&#8221;). Il valore originario è il primo, rientrante in una più ampia rete di rapporti grammaticali e semantici che esprimono l&#8217;idea di allontanamento, separazione, origine.</p>
<p>Nell&#8217;italiano antico, come possiamo ricavare da un saggio di Emidio De Felice (<em>Contributo alla storia della preposizione &#8220;da&#8221;</em>, in &#8220;Studi di Filologia Italiana&#8221;, XII [1954], pp. 245-96), era molto raro l&#8217;uso di <em>da</em> per indicare il moto per luogo e il moto a luogo; in quest&#8217;ultimo caso la preposizione più comune era &#8220;<em>a&#8221;</em> (&#8221;andonne <em>al</em> signor suo&#8221;, scrive il Boccaccio, mentre oggi diremmo &#8220;se ne andò <em>dal</em> suo signore&#8221;). Si è avuto dunque un allargamento delle funzioni sintattiche del &#8220;<em>da&#8221;</em> locativo, che può essere paragonato alla ricchezza dei valori della preposizione &#8220;<em>ab&#8221;</em> nel latino repubblicano ed imperiale.</p>
<p><strong>In quali casi il complemento di moto a luogo si costruisce con &#8220;</strong><em><strong>da&#8221;</strong></em><strong>?</strong> Il De Felice raccoglie un certo numero di verbi più ricorrenti (<em>andare</em> da Mario, <em>arrivare</em> dal sarto, <em>correre</em> dal medico, <em>salire</em> dal direttore ecc.), osservando che in tutti i casi il nome o il pronome o l&#8217;espressione verbale retti da <em>da</em> rappresentano, direttamente o indirettamente, una persona.</p>
<p>Si possono individuare, inoltre, almeno due condizionamenti semantici: perché si possa adoperare &#8220;<em>da&#8221;</em> è necessario &#8220;che una persona, e eventualmente l&#8217;ambiente o il luogo, siano conosciuti, familiari, o comunque rientrino in un&#8217;azione non insolita&#8221;; a differenza di &#8220;<em>a&#8221;</em>, &#8220;<em>da<strong>&#8220;</strong></em> fa pensare a un movimento approssimativo, non a una destinazione precisa: si badi alla differente sfumatura esistente tra una frase come &#8220;Quella pratica la porti &#8220;<em>dal&#8221;</em> direttore&#8221; (non necessariamente al direttore in persona; e non è detto che il direttore non debba inoltrarla a sua volta a un funzionario di grado più elevato) e &#8220;Quella pratica la porti &#8220;<em>al&#8221;</em> direttore&#8221; (a lui personalmente, che immaginiamo come ultimo destinatario.»</p></blockquote>
<p>Ricapitoliamo:</p>
<blockquote><p>?: Perché andiamo &#8220;al&#8221; cinema, ma non &#8220;al&#8221; macellaio?</p>
<p>!: Perché il complemento di <em>moto a luogo</em> rappresentato da una persona – direttamente  (Mario) o indirettamente (il macellaio) –, si esprime con la preposizione DA.</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Perché si dice &#8220;mia madre&#8221; e non &#8220;la mia madre&#8221;?</title>
		<link>http://www.carlottacerri.me/2009/09/perche-si-dice-mia-madre-e-non-la-mia-madre/</link>
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		<pubDate>Wed, 02 Sep 2009 15:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lingos&Co]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutti lo dicono, ma pochi sanno perché davanti a “mia madre” non ci voglia l’articolo determinativo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tutti lo dicono, ma pochi sanno perché davanti a &#8220;mia madre&#8221; non ci voglia l&#8217;articolo determinativo.</p>
<p>Onestamente, io stessa – impigrita dalla comodità di conoscere la lingua e saperla usare – sono dovuta andare a spulciare tra i cassetti pieni di ragnatele della grammatica imparata alle elementari.</p>
<p>E la risposta si è rivelata essere più semplice del previsto.</p>
<p>In italiano, grammaticalmente parlando – perché poi ognuno si concede le proprie licenze dialettali, regionali, di paese, artistiche etc. – l&#8217;aggettivo possessivo richiede sempre l&#8217;articolo determinativo. E anche questo che separa il vero italiano da quella buffa lingua – senza articoli e con tutti i verbi all&#8217;infinito – che uscirebbe dalla bocca di un selvaggio che tenta di parlare italiano.</p>
<p>Vediamo un esempio:</p>
<p>Il selvaggio che tenta di parlare italiano direbbe: &#8220;mio gatto mangiare crocchette&#8221;. (Va bene, ammettiamo che il selvaggio abbia un già un discreto vocabolario).</p>
<p>Un madrelingua italiano dovrebbe dire: &#8220;IL mio gatto mangia le crocchette&#8221;.</p>
<p>Ovviamente, però, non potevano non esserci eccezioni anche a questa regola: &#8220;madre&#8221; è una di quelle.</p>
<p>La regola grammaticvale vuole, infatti, che l&#8217;aggettivo possessivo con i <strong>nomi di famiglia al singolare </strong>(madre, padre, zia&#8230;), <strong>non</strong> richieda l&#8217;articolo determinativo, fatta eccezione (e qui abbiamo l&#8217;eccezione dell&#8217;eccezione) per &#8220;loro&#8221;. L&#8217;articolo determinativo, <strong>si usa sempre</strong>, invece, <strong>con i nomi</strong>, anche se di famiglia, <strong>alterati</strong>: diminutivi (&#8221;zietta&#8221;), peggiorativi (&#8221;fratellaccio&#8221;) e accrescitivi (&#8221;sorellona&#8221;).</p>
<p>Ecco una tabella esemplificativa ad opera della Loesher Editore (decisamente ai primi posti tra le mie grammatiche preferite):</p>
<div id="attachment_938" class="wp-caption aligncenter" style="width: 440px"><a href="http://www.carlottacerri.me/wp-content/uploads/2009/09/Aggettivo-possessivo.png"><img class="size-full wp-image-938 " title="Aggettivo possessivo" src="http://www.carlottacerri.me/wp-content/uploads/2009/09/Aggettivo-possessivo.png" alt="L'uso dell'aggettivo possessivo" width="430" height="290" /></a><p class="wp-caption-text">L&#39;uso dell&#39;aggettivo possessivo</p></div>
<p>Ovviamente, una regola non è una regola se non ha liste su liste da studiare a memoria. Quindi, eccovi la lista dei nomi di famiglia che, quando accompagnati da un aggettivo possessivo, non vogliono l&#8217;articolo determinativo:</p>
<p style="text-align: left;">
<ul>
<li>Padre/Madre</li>
<li>Fratello/Sorella</li>
<li>Zio/Zia</li>
<li>Nonno/Nonna</li>
<li>Nipote</li>
<li>Cugino/Cugina</li>
<li>Marito/Moglie</li>
<li>Figlio/Figlia</li>
<li>Suocero/Suocera</li>
<li>Genero/Nuora</li>
<li>Cognato/Cognata</li>
</ul>
<p>Ricapitoliamo:</p>
<blockquote><p>?: Perché si dice &#8220;mia madre&#8221; e non &#8220;LA mia madre&#8221;?</p>
<p>!: Perché l&#8217;aggettivo possessivo con i nomi di famiglia usati al singolare non vuole l&#8217;articolo determinativo (&#8221;mio padre&#8221;, &#8220;suo nonno&#8221;, &#8220;vostra zia&#8221;). Fa eccezione &#8220;loro&#8221;: si dice, infatti, &#8220;LA loro madre&#8221;, ma non &#8220;loro madre&#8221;.</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Perché &#8220;perché&#8221; si scrive con l&#8217;accento acuto?</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Aug 2009 12:56:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lingos&Co]]></category>

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		<description><![CDATA[Esatto! Sebbene molti ancora facciano confusione, "perché" si scrive con l'accento acuto. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La domanda sembrerà banale a molti, ma questo post nasce dallo sdegno nel rendermi conto di quante persone ancora scrivono *perch<strong>è</strong>, con l&#8217;accento grave. Non riesco nemmeno a leggerlo. Forse solo un abitante di Castagnole delle Lanze (AT), parente delle famose rane dalla bocca larga che pronunciano tutte le vocali aperte, non storcerebbe il naso al suono di un *perchè aperto.</p>
<p><em><strong>Perché</strong></em><strong> si scrive con l&#8217;accento acuto.</strong> PerchÉ. La E che si trova nel colore vérde (quello emiliano, non quello piemontese!).</p>
<p>Ma facciamo un passo indietro al perché <em>perché</em> richieda l&#8217;accento. In italiano, mentre l&#8217;uso dell&#8217;accento è facoltativo su parole <strong>piane</strong> (con l&#8217;accento sulla penultima sillaba: ma-tí-ta), <strong>sdrucciole</strong> (con l&#8217;accento sulla terzultima: te-lè-fo-no) e <strong>bisdrucciole</strong> (rare in italiano, con l&#8217;accento sulla quartultima: scrì-vi-me-lo), è invece obbligatorio sulle parole <strong>tronche</strong> (con l&#8217;accento sull&#8217;ultima sillaba: caf-fè, per-ché, cit-tà).</p>
<p>Ma mentre le vocali <em>a</em>, <em>o</em>, <em>u</em> rappresentano ciascuna un solo suono vocalico – e, al finale di una parola tronca, si accentano sempre con l&#8217;accento grave –, le lettere <em>e</em> e <em>o</em> sono ambigue: la loro ponuncia cambia a seconda che si portino in testa un accento acuto o uno grave.</p>
<p>L&#8217;accento grave rende la vocale aperta, quello acuto la rende chiusa. Ecco come si capisce, al di là del contesto, la differenza tra <em>pèsca</em> (il frutto, pronunciato con <em>è</em><em> aperta</em> – che richiede un abbassamento del tono di voce) e <em>pésca</em> (lo sport, pronunciato con <em>é</em><em> chiusa</em> – che richiede un innalzamento del tono di voce).</p>
<p>Questo si deve alla dizione, ovvero l&#8217;insieme di regole che determinano il modo in cui le parole devono essere pronunciate.</p>
<p><em>Perché</em> richiede l&#8217;accento acuto perché, per regola, tutti i composti tronchi di <em>che</em> richiedono l&#8217;accento acuto. <em>Perché, affinché, poiché, benché, cosicché, nonché, purché</em>. Tutti acuti e tutti chiusi. Così accade anche al monosillabo <em>ché</em>, quando significa <em>affinché</em> o <em>perché</em>.</p>
<p>Guardando questi esempi, si potrebbe quasi pensare che tutte le congiunzioni coordinative richiedano l&#8217;accento acuto. Ma poi troviamo <em>cioè –</em> con accento grave – e la nostra nuova teoria cade miseramente. Anche questo ha una spiegazione immediata.</p>
<p><em>È</em>, voce del verbo essere, richiede sempre l&#8217;accento grave, ed è per questo che <em>cioè</em> (suo derivato), benché sempre di congiunzione si tratti, si scrive con accento grave e richiede una pronuncia aperta.</p>
<p>Ricapitoliamo:</p>
<blockquote><p>?: Perché &#8220;<em>perché&#8221;</em> si scrive con l&#8217;accento acuto?</p>
<p>!: Perché, secondo le regole della dizione, i composti tronchi di &#8220;<em>che&#8221;</em> richiedono l&#8217;accento acuto.</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Perché in inglese si dice &#8220;It works nicely&#8221;, ma &#8220;It looks nice&#8221;?</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Aug 2009 14:18:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lingos&Co]]></category>

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		<description><![CDATA[Perché il verbo to work richiede l'avverbio, mentre to look richiede l'aggettivo? Perché non dire "It works nice" o "It looks nicely"?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A volte le cose più semplici, se analizzate, possono riverlarsi piuttosto — come direbbe un inglese — <em>tricky</em>.</p>
<p>Vi siete mai chiesti perché, ad esempio, si dice &#8220;It works nicely&#8221; (W) –<em>funziona bene–</em>, usando l&#8217;avverbio, ma &#8220;It looks nice&#8221; (L) –<em>è carino–</em>, con l&#8217;aggettivo?</p>
<p>Le frasi W ed L sono molto simili: entrambe hanno un soggetto ed entrambe hanno un verbo al presente accompagnato da una forma di <em>nice</em>.</p>
<p>Perché, però, il verbo <em>to work</em> richiede l&#8217;avverbio e <em>to look</em> richiede l&#8217;aggettivo? Perché non dire &#8220;It works nice&#8221; o &#8220;It looks nicely&#8221;? È possibile che in queste frasi &#8220;nice&#8221; e &#8220;nicely&#8221; siano <strong>entrambi</strong> <strong>avverbi</strong>?</p>
<p>Smettetela di scervellarvi, la risposta è molto più semplice di quanto possa sembrare.</p>
<p>In W, il verbo <em>to work</em> esprime l&#8217;azione che il soggetto compie: funzionare. La frase &#8220;It works&#8221; si regge tranquillamente in piedi da sola e ha senso di per sé: significa che una determinata cosa <em>it – </em>qualsiasi essa sia<em> –</em> funziona. Ma aggiungendo <em>nicely </em>diamo un&#8217;informazione in più e diciamo che quella cosa – qualunque essa sia – funziona<em> bene</em>. <em>Nicely</em> è quindi un avverbio che modifica l&#8217;azione del verbo <em>to work</em>.</p>
<p>In L, la frase &#8220;It looks&#8221; non si regge in piedi da sé: l&#8217;ascoltatore sarebbe in dubbio sul significato e si troverebbe a domandare &#8220;It looks <em>at what</em>?&#8221; –<em>guarda che cosa?</em>– (magari ipotizzando che &#8220;it&#8221; si riferisca ad un animale) o &#8220;<em>What/who</em><strong> </strong>looks?&#8221; –<em>che cosa/chi sembra?–</em> (cercando in un tentativo disperato di capire cosa il parlante voglia dire).</p>
<p>In questo caso,<em> to look</em> è un verbo, cosiddetto, <strong>copula</strong> (vedi NB)<strong> </strong>e non significa &#8220;guardare&#8221;, bensí &#8220;sembrare&#8221;, &#8220;essere&#8221;. Non esprime un&#8217;azione, ma unisce un soggetto all&#8217;aggettivo che lo qualifica. Per capirci, potremmo sostituire il verbo <em>to look</em> con il verbo <em>to be</em> —<em>essere—</em> e la frase non cambierebbe di significato.</p>
<p><em>Nice</em> non può, quindi, essere un avverbio che modifica l&#8217;azione del verbo, da momento che, in L, il verbo <em>to look</em> non esprime un&#8217;azione. È quindi un semplice aggettivo, uno di quelli che i grammatici chiamano <em>predicativi</em> perché è legato strutturalmente alla costruzione soggetto+verbo che lo precede (definita, grammaticalmente parlando, sintagma verbale).</p>
<p>Ricapitoliamo.</p>
<blockquote><p>?: Perché si dice &#8220;It works nicely&#8221;, ma &#8220;It looks nice&#8221;?</p>
<p>!&#8221; Perché nella prima frase <em>nicely</em> è un <strong>avverbio</strong> che modifica l&#8217;azione del verbo <em>to work</em>.</p>
<p>Nella seconda frase, invece, <em>nice</em> non è un avverbio, ma un <strong>aggettivo</strong> <strong>predicativo</strong> richiesto dal verbo <em>to look</em> che è un <strong>verbo copula</strong> (come <em>to be</em>) – non esprime un&#8217;azione, ma si limita ad unire il soggetto all&#8217;aggettivo che lo qualifica.</p></blockquote>
<p><strong>NB.</strong> Il verbo <em>essere</em> è il verbo copula per eccellenza. Es. <em>Il gatto è bianco</em>: il verbo essere unisce il sostantivo gatto all&#8217;aggettivo bianco che lo qualifica.</p>
<p>Tuttavia, anche i verbi <em>sembrare</em>, <em>parere</em>, <em>divenire</em> sono verbo copulativi e sono accompagnati da aggettivi predicativi.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Perché l&#8217;avverbio si chiama avverbio e non avaggettivo??</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Aug 2009 10:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lingos&Co]]></category>

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		<description><![CDATA[Nonostante la sua apparenza forse banale e stupidina, la domanda racchiude in sé un fondo di verità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;altro giorno, durante una lezione di italiano, uno dei miei studenti inglesi mi ha fatto una domanda simpatica: <strong>perché l&#8217;avverbio si chiama avverbio e non avaggettivo?</strong></p>
<p>Nonostante la sua apparenza forse banale e stupidina, la domanda racchiude in sé un fondo di verità: l&#8217;avverbio, infatti, come tutti sappiamo, può modificare il significato — o, per meglio dire, l&#8217;azione — di un verbo (da cui, apparentemente, potrebbe derivare la parola <em>avverbio</em>), o la qualità di un aggettivo, quando in unione con esso.</p>
<p>Due esempi pratici per rinfrescarci la memoria:</p>
<p><strong>Carlotta chiamò immediatamente la polizia</strong> — l&#8217;avverbio <em>immediatamente</em> modifica l&#8217;azione del verbo e ci dice che Carlotta non solo ha chiamato la polizia, ma che lo ha fatto immediatamente.</p>
<p><strong>Carlotta è una persona piacevolmente testarda</strong> — l&#8217;avverbio <em>piacevolmente</em> modifica radicalmente la qualità dell&#8217;aggettivo e ci dice che il parlante non ritiene la testardaggine di Carlotta una sua caratteristica negativa.</p>
<p>Con questa premessa, sembra quasi lecito chiedersi perché, allora, l&#8217;avverbio si chiami <em>avverbio</em> e non <em>avaggettivo</em>.</p>
<p>La risposta affonda le sue radici nel latino e ci dimostra che nell&#8217;etimologia, così come nella vita, le apparenze ingannano.</p>
<p>La parola <em>avverbio</em> deriva dal latino ed è composta dalla particella AD, che significa <em>vicino</em>, <em>presso </em>e dal sostantivo VERBUM, che non significa <em>verbo</em>, bensí <em>parola</em>, <em>vocabolo</em> — e sia aggettivi, sia verbi sono, appunto, parole.</p>
<p>Ricapitoliamo.</p>
<blockquote><p>?: Perché l&#8217;avverbio si chiama avverbio e non avaggettivo?</p>
<p>!: Perché deriva da latino AD+VERBUM e <em>verbum</em>, in latino, significa <em>parola. </em>Quindi, per farla semplice, l&#8217;avverbio è quella parte indeclinabile del discorso che sta <em>vicino alla parola.</em></p></blockquote>
]]></content:encoded>
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